Nel mondo, due animali su tre vengono allevati intensivamente. In questo modo viene spezzato il loro legame con la terra: vengono spostati dal pascolo a gabbie, capannoni e recinti fangosi.

Perché? L’allevamento intensivo offre molti vantaggi alla grande Industria compreso quello di avere alimenti più economici.  E sembra proprio il prezzo quello che oggi si rincorre sempre di più. La grande industria zootecnica lo sa bene e dunque investe sempre di più nella creazioni di nuovi capannoni/lager.

A livello globale il 70% della carne di pollame, il 50% di quella di maiale, il 40% di quella bovina, il 60% delle uova, vengono prodotti in allevamenti intensivi.
In Italia l’85% dei polli sono allevati intensivamente, oltre il 95% dei suini vivono in allevamenti intensivi, quasi tutte le vacche da latte non hanno accesso al pascolo.

La cosa buffa è che la maggior parte della gente associa i grandi allevamenti intensivi a verdi pascoli e bestiame che pascola felice. Merito anche delle pubblicità ingannevoli  cariche di dissonanza* che vengono realizzate ad hoc. Carni preziose associate a mucche allegre e di ‘qualità’ o wurstel e formaggi che richiamano l’idea di famiglia felice non sono altro che strumenti atti a distogliere la mente su ciò che davvero c’è dietro la produzione di carni e latticini di ogni genere.

Allevamento intensivo di polli in Italia. Roma, 5 ottobre 2017. ESSERE ANIMALI
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Vediamo ora la vera triste realtà e tutto quello che comportano questi allevamenti (in questo articolo analizzeremo i motivi ambientali che non esulano da quelli ETICI)

Risorse alimentari:

Gli allevamenti industriali non producono cibo, lo sprecano.
Secondo la FAO, la produzione di cibi di origine animale soprattutto di carne, richiede un enorme uso di risorse alimentari. Un terzo della produzione mondiale di cereali (centinaia di milioni di tonnellate) viene consumata dagli animali allevati invece di essere destinata all’umanità.
Per produrre 1kg di carne occorrono circa 22kg di vegetali
E non è tutto. Il 75% della produzione di soia del mondo è destinato all’alimentazione degli animali da allevamento. Addirittura  si stima che il 93% della soia che entra in Europa è destinato ad alimentare gli animali. Di conseguenza per via indiretta (mangiando animali e derivati) si arrivano a consumare  61 kg all’anno di soia.

L’impatto sulla salute umana:

I luoghi chiusi, sovraffollati, caldi e malsani degli allevamenti sono ideali per la diffusione di patologie ed epidemie tra gli animali. Tanto è vero che l’80% degli antibiotici venduti negli Stati Uniti sono destinati proprio al bestiame, principalmente per tenere lontane quelle malattie altrimenti inevitabili negli allevamenti industriali. Questa pratica contribuisce a creare l’emergenza dei superbatteri resistenti agli antibiotici.
Il 99% degli animali negli allevamenti intensivi sono malati → mangiamo carne malata

Gli animali allevati intensivamente e alimentati a grano producono carne con una concentrazione maggiore di grassi saturi (dannosi), con meno proteine e nutrizionalmente più povera di quella degli animali che possono pascolare.
Attualmente un tipico pollo da supermercato allevato intensivamente contiene circa il triplo di grassi e un terzo in meno di proteine di 40 anni fa. E la dieta occidentale, che si sta imponendo a livello globale, esporta nel mondo un’epidemia crescente di disturbi legati all’obesità.

Risorse idriche:

L’allevamento intensivo richiede uno smodato impiego di risorse idriche. Un manzo può consumare fino a oltre 80 litri di acqua al giorno, un maiale oltre 20 litri e una pecora circa 10 litri, e una mucca da latte, durante la stagione estiva, può arrivare addirittura fino a 200 litri di acqua consumata in un solo giorno.
15.000 litri solo per produrre un chilo di carne di manzo

Non solo…
Gli allevamenti intensivi minacciano di contaminare le riserve d’acqua con i loro liquami derivati proprio dall’uso massiccio dell’acqua per lo smaltimento delle deiezioni.
Le acque reflue prodotte da un allevamento intensivo sono altamente inquinanti – solo in Italia si producono oltre 10 milioni di tonnellate all’anno di reflui- soprattutto perché caratterizzate da una forte presenza di antibiotici, ormoni e metalli pesanti somministrati artificialmente agli animali, nonché di numerosi microrganismi patogeni e da un eccesso di sostanza organica. La difficoltà di gestione di questi liquami si tocca con mano in numerosi bacini idrografici dove molte specie vegetali e animali ne hanno gravemente risentito.

Deforestazione e degradazione del suolo:

Secondo la FAO, «il settore dell’allevamento rappresenta, a livello mondiale, il maggiore fattore d’uso antropico delle terre». La moderna zootecnia utilizza il 30% dell’intera superficie terrestre non ricoperta dai ghiacci e il 70% di tutte le terre agricole.
Molte persone credono che la causa principale della devastazione delle foreste sia il taglio di legname, ma in realtà questa attività non causa deforestazione, ma solo degradazione dell’ambiente: ad esempio, nella foresta amazzonica il taglio di legname è responsabile solo di un 2-3% della deforestazione totale. I terreni da destinare al pascolo vengono invece letteralmente devastati e rasi al suolo con l’uso di enormi bulldozer o dando il tutto alle fiamme. Poiché la terra liberata dalla foresta non è adatta al pascolo, in quanto scarsamente nutrita, dopo pochi anni di pascolo il suolo diventa sterile e gli allevatori devono abbattere un’altra sezione di foresta per spostarvi le mandrie, lasciandosi dietro vaste distese di terre desolate.

Ogni anno viene abbattuta un’area di foresta pari alla metà della Gran Bretagna, prevalentemente per coltivare mangime per animali e allevare bestiame.

Emissione di gas:

Secondo un rapporto FAO, a livello mondiale l’industria del bestiame è responsabile dell’emissione del 51% di tutti i gas serra prodotte dall’uomo – più di tutte le nostre macchine, gli aerei, i treni messi assieme. Il metano prodotto dal bestiame è 86 volte più distruttivo della CO2 prodotta dai veicoli. L’industria della carne produce oltre il 65% del protossido d’azoto e causa il rilascio del 44% di tutto il metano emesso nel mondo; si stima che soltanto negli Usa gli animali allevati per fini alimentari producono ogni minuto 3,1 tonnellate di deiezioni. Cui va aggiunta la dispersione – tra gli altri – di auxinici, antibiotici e ormoni.
La produzione di un solo chilo di latte comporta una emissione di 2,4 kg di CO2 equivalenti.
Un altro studio ha stimato che la produzione di un chilogrammo di manzo causa una emissione di gas serra e altri inquinanti maggiore di quella che si ottiene guidando un’auto per tre ore e lasciando nel frattempo accese tutte le luci di casa.

Entro il 2050, la sola anidride carbonica prodotta dall’industria della carne supererà la soglia limite. Oggi è già un terzo del totale di tutta l’anidride carbonica prodotta. L’allevamento industriale ne è il primo responsabile.

Cosa fare?

  • Abolizione o diminuzione del consumo di carne
  • Allevamenti ETICI (rispettiamo gli animali)
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Firma anche tu per dire BASTA: https://www.greenpeace.org/italy/attivati/ferma-gli-allevamenti-intensivi/

F R I H E T

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